• Dalida Spunton

Jeff Buckley e il suo sogno

Grazie a questa bellissima opportunità del blog e del nuovo sito di Radio Skylab ho deciso che ogni tanto andrò a ripercorrere le pillole di #formatovinile, una trasmissione scelta e studiata apposta per la radio che più mi rappresenta, quella dallo slogan " Tutta La Musica Che C'è ".


Il 29 Maggio 1997 ci lascia un enorme talento, e quindi come potete immaginare, qualche giorno fa avevo la bacheca di facebook intasata da suoi brani anzichè da orribili notizie politiche, per cui facciamo così: facciamolo succedere di nuovo.

Condividiamo solo il bello.


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Eccomi nuovamente in radio, ogni Mercoledì si trasmette e in questo lasso di tempo ho deciso di riprendere la rubrica #formatovinile. Parlo di quei dischi che secondo me bisogna avere in casa assolutamente, oggi tocca a “ Grace “.

Quante volte nell'assistere ad un numero di magia ci siamo chiesti quale fosse il trucco? L'arte della magia sta nel mostrarti quello che vuoi vedere, quello che desideri accada.

Mi è sempre piaciuto pensare che Jeff Buckley fosse un mago dell'interpretazione, lui arriva e ti ferisce dove vuoi essere ferito - soprattutto se conosci bene il dolore di un abbandono - e ti conduce proprio dove vuoi arrivare grazie ad una voce incredibile che tocca corde dell'anima quasi impercettibili.

Succede raramente questa magia, ma quando accade è inevitabile che verrà poi ricordata per sempre.

" Grace " è la seconda pubblicazione di Jeff, la prima sarà un EP di un live registrato in un locale dove lui suonava spesso ( Live At The Sin-E ). Questo album è un fulmine a ciel sereno per chi aveva quindici anni negli anni novanta, disturbante quanto ammaliante. Un disco eterno che ancora oggi all'ascolto sprigiona una bellezza disarmante. Rock, pop, folk, jazz, blues; dentro troviamo tutti questi generi portati all'estremo della loro delicatezza grazie alla voce sussurata, ( Mojo Pin ), arrabbiata ( Eternal Life ), dolciastra ( Lover, You Should've Come Over), pop ( Last Goodbye), sacra ( Hallelujah ). Ci vuole coraggio nel riprendere un brano del maestro Cohen, ci vuole abilità, ma soprattutto devi avere qualcosa di grande da condividere se vuoi farlo in quel modo, e lui, Jeff, ha dentro di sè un tumulto di emozioni che riesce a tirare fuori proprio come il mago tira fuori dal cilindro il coniglio, lo fa con semplicità e autorevolezza, ma soprattutto consapevolezza di quello che sa fare. Lui ti inghiotte col suo malessere.

Una domanda che spesso mi sono posta è: Jeff avrà fatto tutto questo anche per essere alla pari dell'enorme talento del padre? Era per lui un modo di riavvicinarsi almeno in musica a colui che lo ha concepito? Chissà quante volte si sarà chiesto se Tim sarebbe stato fiero di lui.

La grande scaltrezza e capacità di Jeff è stata anche quella di non attingere mai al campionario del padre, nè a livello vocale nè autorale. Ha sempre fatto quello che riteneva più giusto con i soli propri mezzi, senza tirare in ballo scomodi fantasmi.

Questo è un disco che mi ha cambiato la vita e ci ha cambiato la vita, mi ricorda il grunge e mi abbaglia in jazz, mi fa cadere e poi mi abbraccia dolcemente prima dello schianto.

Abbiamo scelto per la rubrica di oggi : Mojo Pin, Hallelujah e Dream Brother, quest'ultima con chiari riferimenti al padre : " Don't be like the one who made me so old, don't be like the one who left behind his name, 'cause they're waiting for you like I waited for mine and nobody ever came. "



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