• VJ77

Controcorrente: Coronavirus, medicine e domande senza risposta.


Quattro questioni pesano sulla credibilità delle strategie di contenimento del coronavirus volute dalle massime autorità politiche e sanitarie nazionali e non.

A chi, come me ( medico che ha trascorso una vita nelle corsie ospedaliere sempre a contatto con gravi problematiche sanitarie) osserva e ragiona su queste strategie, riesce difficile accettare passivamente scelte così gravide di conseguenze per tutti, senza poter in qualche maniera discuterne. Soprattutto quando le stesse questioni sono ad ogni passo aggirate e relegate a problemi secondari da chi dovrebbe rendercene ragione.

Invece a me sembrano il punto centrale della nostra possibile interazione con il virus.

La prima questione salta all’occhio anche al più digiuno profano di infettivologia: questo virus, contrariamente a tutti gli altri virus mai esistiti non fa strage di chi è completamente sprovvisto di una protezione immunitaria nei suoi confronti, vale a dire i bambini. In tutto il mondo non sono segnalati casi di morte sotto i 10 anni (Chinese Journal of Epidemiology 11 febbraio 2020). Rarissime poi sono le morti sotto i 50 anni: 12 casi su 2500 decessi totali in Italia (fonte ISS). Questa osservazione ha un’implicazione molto rilevante perché mostra che la pericolosità del virus non è legata al fatto che la popolazione non abbia anticorpi specifici contro di esso. Infatti la stragrande maggioranza di chi vi viene a contatto è asintomatica o poco sintomatica.

Il secondo punto centrale nella problematica del virus riguarda la molto ben delimitata popolazione a rischio: il 90 % dei casi di morte avviene sopra i 70 anni di età, in persone per ¾ di sesso maschile e in genere con associate patologie croniche cardiovascolari e metaboliche. Ci risulta pertanto chiaro verso chi noi dobbiamo dare tutto il nostro impegno per preservare la loro fragilità dalla malattia. La maturità di una società civile si misura su come riesce a difendere i più deboli.

Ma le caratteristiche che abbiamo riconosciuto nel COVID -19 non si fermano qui (terzo punto): la letalità virale sembra essere dovuta preminentemente ad una squilibrata risposta infiammatoria difensiva dell’organismo. E qui si incardina il tentativo, mai troppo lodato, di alcuni clinici che, prendendo spunto da protocolli di terapia cinesi, hanno sperimentato, su purtroppo ancora pochi pazienti, un potente antinfiammatorio ottenendo lusinghieri risultati. L’eccellenza sanitaria alla fine è questa: medici che cercano la migliore terapia, infermieri che assistono il paziente oltre ogni limite di lavoro, operatori sanitari che supportano l’organizzazione. A dispetto delle evidenti carenze strutturali, frutto di scelte che mai avrebbero dovuto interferire con la medicina.

Ma è il quarto problema ad agitarci il sonno: la precisa localizzazione geografica di questo virus. Fin dall’inizio accanto all’espansione abbastanza uniforme dei vari focolai, prima nelle zone loro adiacenti e poi via via alle altre regioni, viene tracciata una scia di morte che sembra seguire una strada particolare: le province di Lodi, Piacenza, Cremona, Bergamo e la parte occidentale di quella di Brescia. I dati sono precisi se si osserva il confronto epidemiologico tra queste provincie e quelle limitrofe di Milano, Monza, Como, Varese:

% di contagiati sulla popolazione totale

Lodi 0,61

Piacenza 0,374

Cremona 0,57

Bergamo 0,34

Brescia 0,26

Milano 0,07

Monza 0,04

Como 0.03

Varese 0,02

(Fonte Ministero Salute)

Sembra un’epidemia nell’epidemia, perché i dati di Milano, Monza, Como e Varese sono praticamente simili a quelli di tutte le province del centro-nord, dove il virus è circolato ormai da parecchio tempo: Bologna 0.03, Bolzano 0.05, Venezia 0.04, Udine 0.03, Torino 0.03, Genova 0.04, Firenze 0.02.

E ancora di rilievo è il confronto tra Sesto San Giovanni, città industriale e importante snodo a nord di Milano e la provincia di Bergamo, distante appena 30 km:

decessi da COVID-19/100000 abitanti

Bergamo 23

Sesto S Giovanni 5

I nostri incubi sono quelli degli abitanti di queste zone: che succede? Si sta facendo il possibile per la difesa, al di là della generosa messa in campo di ogni forma di terapia intensiva che purtroppo non sembra in grado di modificare la prognosi? Si sta cercando di capire questo fenomeno a dir poco inusuale di diffusione selettiva del virus ? E’ stato ipotizzato che mutazioni successive abbiano portato ad un virus più aggressivo di quello originario ma conferme sperimentali su ciò o su cosa possa legare territorio e mutazioni non vi sono ancora state, ma non sembra che comunque queste osservazioni siano considerate una priorità

Le scelte strategiche in Italia per il contrasto del COVID-19 sembrano molto rigide, ottuse quasi: non riconoscono le differenze geografiche ( è evidente che la situazione di Bergamo, Cremona, Lodi, Piacenza, Brescia non può essere paragonata alla diffusione del virus nel resto dell’Italia), non ottengono il risultato principale di difendere la popolazione a rischio che è poi quella veramente minacciata di morte, lasciano le terapie mediche all’iniziativa locale mentre già da subito avrebbe dovuto partire un protocollo comune. I teorici di questo approccio diranno che le restrizioni non sono ancora abbastanza, che bisogna attuare il coprifuoco, che dobbiamo annientare ogni forma di movimento. Certo questo forse otterrebbe risultati importanti, ma non ne sono così sicuro perché ci sarà sempre il rischio che un asintomatico possa sfuggire ai tamponamenti di massa. L’unica certezza è invece che avremo solo un cumulo di macerie.

Io penso che un’alternativa possa essere proposta, un’alternativa che ponga al centro della sicurezza le persone a rischio e cioè che esse, finchè si è ancora in tempo, finchè sono asintomatiche, siano protette e assistite dal punto di vista sanitario e sociale a domicilio, con costi che potrebbero essere anche elevati ma mai quanto quelli di una terapia intensiva. E soprattutto non sarebbero abbandonate a morire in isolamento ospedaliero. Un sistema basato sull’assistenza ad personam non è mai stato sperimentato, nemmeno nelle aree ad alta diffusione del virus, dove l’isolamento totale delle persone a rischio potrebbe essere decisivo nel miglioramento della prognosi. Mentre invece nelle aree dove ancora la situazione è sotto controllo potrebbe consentire la riduzione delle misure restrittive per la rimanente popolazione.

Ma soprattutto quello che per me è difficile da accettare è che l’intero paese sia portato, sull’onda di un terrore collettivo e sulla spinta di rigidità scientifiche che condizionano la politica ( e che mettono a tacere ogni voce contraria ) a scelte sempre più drammatiche e distruttive del tessuto sociale ed economico con il rischio di non ottenere nemmeno i risultati prefissi.

ACA

9 visualizzazioni
This site was designed with the
.com
website builder. Create your website today.
Start Now