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#Partnership – Andrea Lisi: Concorrenza sleale e Codice deontologico tra Avvocati

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#Partnership – Andrea Lisi: Concorrenza sleale e Codice deontologico tra Avvocati

proponiamo l’intervista delll’Agenzia Dire all’avv. Andrea Lisi, co-conduttore della puntata mensile di Ladies&Gentlemen dedicata alla protezione dei dati… ma non solo.

Giustizia, l’esperto denuncia: “Falsi premi e marketing sleale tra studi legali”

L’avvocato Andrea Lisi, esperto nel diritto applicato all’informatica, da anni cerca di “smascherare certe forme di pubblicità occulta fatte approfittando del ‘far web’ sui social’

ROMA – Come nel commercio, anche fra gli studi legali spesso è “guerra a colpi di marketing” per accaparrarsi i clienti migliori, con la differenza, per niente sottile, che “gli avvocati dovrebbero attenersi a un rigido codice deontologico e per questo non potrebbero diffondere informazioni equivoche, ingannevoli, non corrette o comparative. Ma questo invece avviene regolarmente, con moltissimi studi legali che si fregiano di aver vinto importanti premi, che poi si scoprono essere ‘medaglie di latta’ consegnate da organismi non accreditati (o comunque istituzionalmente non abilitati a esprimere valutazioni sulle nostre capacità professionali) a scopo meramente lucrativo”. È quanto denuncia, parlando con l’agenzia stampa Dire, l’avvocato Andrea Lisi, con una profonda esperienza nel diritto applicato all’informatica, il quale da ormai un paio di anni ha iniziato una battaglia per “smascherare certe forme di pubblicità occulta che fanno alcuni colleghi sull’onda delle tendenze internazionali, approfittando anche del ‘far web’ sui social”.

QUEI PREMI A PAGAMENTO

Secondo Lisi, queste forme di promozione delle proprie attività professionali sono spesso innescate da gruppi e realtà editoriali che “contattano gli studi legali per proporre articoli giornalistici da pubblicare sulle testate, chiedendo un obolo anche consistente. Oppure organizzano premiazioni o awards ai quali si partecipa pagando per via diretta o indiretta”. In quest’ultimo caso – spiega Lisi – si organizzano “vere e proprie kermesse o cene di gala, alle quali ciascun premiato può portare con sé anche una decina di persone, a costi complessivi che arrivano talvolta a superare i 10 mila euro”. In pratica, considera l’avvocato, “il premio sostanzialmente viene acquistato“.

LE REGOLE DEL CODICE DEONTOLOGICO

Non basterebbe quindi semplicemente che chi venisse avvicinato rifiutasse l’offerta? “La questione – risponde Lisi – è di dignità personale, oltreché di onestà professionale. Non tutti siamo allineati su questo e anzi sono tantissimi purtroppo i colleghi che si pavoneggiano per aver vinto un riconoscimento, pur sapendo di non averlo ottenuto con merito”. E se il buon senso non basta? “Ci dovrebbe essere il codice deontologico – afferma Lisi – che agli articoli 17 e 35, secondo comma, precisa che le informazioni diffuse con qualunque mezzo devono essere corrette, veritiere, non equivoche, non ingannevoli, non denigratorie e non comparative. Su questo io e tanti altri colleghi abbiamo provato in passato a sollevare la questione ed è anche intervenuto autorevolmente il Consiglio distrettuale di disciplina della Corte d’appello di Milano che nel novembre del 2019 ha inoltrato una missiva a tutti i Presidenti degli Ordini del distretto della Corte d’appello di Milano. È stato un segnale importante, che ho sperato venisse raccolto a livello nazionale. Ma, invece, da allora tutto tace ed è sufficiente guardare cosa accade sui vari social per rendersi conto che l’andazzo rimane immutato“.

“Però – prosegue Lisi – serve fare di più e, lo ripeto, su scala nazionale. Perché si continua ad attirare l’attenzione del pubblico con pratiche disoneste facendo luccicare ciò che assolutamente non è oro. E non è sufficiente giustificarsi ricordando che ‘così fan tutti’ a livello internazionale. Oppure si abbia il coraggio di riferire che ormai gli avvocati sono dei semplici imprenditori e si mandi il codice deontologico alle ortiche. E io spero sinceramente che non accada – conclude l’avvocato – , perché nel decoro della nostra professione che tutela diritti costituzionalmente garantiti continuo a crederci”.

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