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Il Contributo: tratto da CulturaIdentità, di Alessandro Sansoni

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Il Contributo: tratto da CulturaIdentità, di Alessandro Sansoni

CulturaIdentità

CulturaIdentitàOspite apprezzato e molto gradito ai nostri microfoni, Alessandro Sansoni è direttore di Cultura Identità mensile fondato da Edoardo Sylos Labini.

Il 6 novembre uscirà il nuovo numero “Nei borghi dell’ingegno” e suo è l’editoriale che vi proponiamo:

LA CULTURA D’IMPRESA E L’ECCEZIONE ITALIANA

Anche dal punto di vista economico-produttivo l’Italia è, per certi versi e con i suoi pregi e i suoi difetti, un’eccezione nel mondo occidentale.
Nel nostro paese, infatti, la cultura d’impresa, non è votata solo al profitto, all’innovazione di prodotto, all’aumento del volume d’affari. Essa si nutre di un sistema di valori antico ed articolato, in cui giocano un ruolo la famiglia, il territorio di appartenenza, persino l’istintiva prudenza a non esagerare nella ricerca del guadagno ad ogni costo.
Tutto questo ha determinato delle peculiarità, a cominciare dal motto “piccolo è bello”, con cui viene glorificato il modello economico italiano costituito da centinaia di migliaia di piccole e medie imprese dai suoi apologeti (e che invece viene considerato un limite strutturale del nostro sistema produttivo dai detrattori); per continuare con l’eccellenza “artigianale” del Made in Italy, così densa di creatività e ingegno, ma anche povera di procedure e per certi aspetti involuta “managerialmente”; per finire con quei valori d’altri tempi in cui giocano un ruolo la centralità della famiglia e il senso di responsabilità verso i dipendenti, che determinano però anche i limiti di un “capitalismo familiare” e di un certo paternalismo.
Tutto questo insieme di fattori e di specificità (persino i suoi difetti) ha costituito la forza dell’Italia, le ha consentito di elaborare un’etica del lavoro votata alla resistenza a oltranza di fronte alle avversità, ma soprattutto le ha permesso di continuare ad essere la seconda manifattura d’Europa, dopo la Germania.
In un’epoca in cui il “gigantismo” la fa da padrone, in cui la globalizzazione dei mercati, delle merci, del lavoro e dei consumi impone accorpamenti, fusioni, la multinazionalizzazione delle aziende, come unica ricetta perseguibile per assicurarsi competitività, il tessuto produttivo italiano e la sua capacità di reggere alle sfide appaiono agli occhi degli esperti un’anomalia paradossale, simile al volo del calabrone di cui si stupiscono i fisici.
Ma tutto questo è poi così stupefacente o stiamo parlando di un’altra via possibile?
Checchè ne dicano mostri sacri della storiografia economico-sociale come Max Weber o Werner Sombart, la ricerca più aggiornata ci racconta che la patria originaria di quello che per comodità chiamiamo “capitalismo moderno” è proprio l’Italia. Lo abbiamo inventato noi. O meglio lo hanno inventato, assieme alla “partita doppia” e a una prima, arcaica, ma tutt’altro che rudimentale, divisione sociale del lavoro, i mercanti-banchieri e i maestri delle corporazioni artigiane pisani, fiorentini, lombardi, veneziani e napoletani del XII e XIII secolo.
C’è un filo rosso che ci lega a loro e che né la rivoluzione industriale, né la iper-finanziarizzazione dell’economia, né la digitalizzazione contemporanea sono riusciti a spezzare. Il capitalismo italiano è una Tradizione, sotto molti punti di vista, ed è per questo che esiste una così forte simbiosi tra imprese e territorio di appartenenza, esaltata in anni recenti anche dalla logica dei distretti.
Queste peculiarità vanno difese ed esaltate, tanto più in un tempo come il nostro in cui si rischia di desertificare la nostra capacità industriale a causa delle misure anti-pandemiche e il diffondersi di prassi (apparentemente) rassicuranti socialmente come l’elargizione di sussidi statali e redditi vari – di cittadinanza d’emergenza o universali – che vedono nell’uomo soltanto un consumatore e non un essere complesso che costruisce la sua identità personale e collettiva tramite il lavoro e la capacità di intraprendere.
Identità, dunque. Il lavoro e l’intrapresa hanno dato sostanza economica alla bellezza italiana, nelle città come nelle aree interne, dal Medioevo e dal Rinascimento fino ad oggi. Non esiste difesa possibile dei nostri borghi e del nostro stile di vita, così come proposta dalla Rete delle città identitarie, senza salvaguardia dei produttori, dei lavoratori e delle imprese.
Come negli anni Cinquanta quel sistema di valori rese possibile lo sforzo collettivo che condusse la nostra Nazione alla rinascita e al boom economico dopo le devastazioni della Seconda Guerra Mondiale, così oggi ad esso dobbiamo riferirci, riscoprendolo anche dal punto di vista culturale, affinchè non rimangano ai nostri figli solo le macerie sociali della recessione post-Covid, nutrite da un’insufficiente terziarizzazione dell’economia e dall’assistenzialismo di uno Stato superindebitato e, dunque, privo di autentica autonomia decisionale.

Alessandro Sansoni

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